Legge di Bilancio: credito, innovazione e sviluppo per "accompagnare" la crescita delle imprese
Legge di Bilancio: credito, innovazione e sviluppo per "accompagnare" la crescita delle imprese
Mentre scriviamo, la maggioranza di governo non ha ancora risolto alcune divisioni interne su alcuni punti delicati della legge di bilancio approdata in Parlamento. In particolare, oltre che sulla stretta fiscale a banche e assicurazione restano divisioni sull’aumento di tassazione riservata agli affitti brevi, e dal MEF si levano voci come quella del viceministro Leo che continuano a difendere la misura, in quanto gli affitti brevi mediati da grandi piattaforme non hanno le caratteristiche “etiche” né di redditività dei contratti di affitto almeno quadriennali, ma assomigliano invece a redditi finanziari a breve su cui ha senso mantenere la più elevata tassazione disposta in legge di bilancio. Sul punto invece dell’enorme aumento di tassazione sui dividendi da partecipazione inferiore al 10% del capitale dell’impresa partecipata, il governo è chiamato a dare risposta alla lunga lista di associazioni d’impresa e del mondo dell’intermediazione finanziaria. Il loro coro contrario ha sollevato l’inopportunità di tale giro di vite, visto che dalle start up alla piccola impresa la stragrande maggioranza degli intrecci partecipativi sono quasi sempre di piccole dimensioni, e garantiscono apporti di capitale per la crescita senza al contempo impensierire il controllo familiare dell’azienda, che resta preoccupazione dominante nella micro e piccola impresa. Occhio però ad altri punti su cui i media generalisti si soffermano meno, ma che per le imprese sono di importanza nient’affatto marginale. ne segnaliamo almeno alcuni, sui quali sperare che l’esame parlamentare della legge di bilancio consenta riflessioni e opportune correzioni.
Il primo per ammontare colpito è il regime delle compensazioni dei crediti fiscali delle imprese. La massa dei crediti maturati dalle imprese ma non ancora escussi supera i 140 miliardi di euro, di cui quasi 130 miliardi maturati attraverso il superbonus edilizio dal 2020 in poi. La legge di bilancio prevede che da gennaio 2026 si abbatta la 50 mila euro la cifra di di carichi fiscali non ancora pagati dalle imprese che hanno maturato il credito, e da questa soglia in su si perde il diritto alla compensazione fiscale. A luglio 2026, inoltre, l legge di bilancio estende a tutte le imprese in credito fiscale il blocco che già da inizio 2025 vale per i soli intermediari finanziari: cioè viene meno la possibilità di compensare il credito fiscale con minori oneri contributivi, assistenziali, assicurativi, ritenute alla fonte e imposte sostitutive che ‘impresa debba versare allo Stato. Le due misure così concepite per l’intento virtuoso di far perdere meno gettito allo Stato per contenere il deficit, colpirebbero però insieme le imprese a più alto numero di dipendenti, ma soprattutto quelle che per difficoltà di settore hanno perso margini e redditi, e inoltre tutte quelle che hanno effettuato investimenti maturando crediti del tutto legittimi.
Il ministro Giorgetti negli ultimi giorni è intervenuto più volte anche su un altro tema delicato: quello della necessità di abbattere il monte delle garanzie pubbliche sui prestiti bancari per gli investimenti delle imprese. “Lo Stato non può eliminare il rischio d’impresa né quello bancario”, ha detto. Parole che si traducono così: il governo resta persuaso della stretta al Fondo di Garanzia per le Pmi che scatterà da inizio 2026, stretta che chiederà alle banche di impegnare quote maggiori di proprio patrimonio rispetto a quanto avvenisse finora, se vogliono coprire i rischi di solvibilità del beneficiario di prestiti concessi dal Fondo. E’ una misura che confonde centinaia di migliaia di piccole imprese che ne hanno beneficiato in questi anni con un esercito di spregevoli profittatori a spese dello Stato. Non è affatto così e basta vedere le stime di solvibilità aggiornate semestralmente dalla Banca d’Italia: gli insolventi stanno tra l’1% e il 2%, cioè sono molti meno di coloro che si vedono concessi prestiti al di fuori delle procedure di verifica di rischio vigenti per il Fondo PMI.
Altro tema: quello dei contratti di sviluppo. Nella legge di bilancio attuale sono finanziati per 550 milioni per il 2027, 2028 e 2029. Ma non c’è nessuna risorsa per il 2026: eppure i contratti di sviluppo hanno avuto una grande diffusione territoriale coinvolgendo migliaia e migliaia di imprese. Qual è la ratio di scoraggiarli nel 2026?
Ancora: Ricerca e Sviluppo. La legge di bilancio dispone la creazione di un nuovo Fondo per la Programmazione della Ricerca, con dotazione di 259 milioni per il 2026, 275 milioni per il 2027 e 285 per il 2028. In questo nuovo Fondo convergono tutti i precedenti strumenti che vengono abrogati: il FISR Fondo Integrativo Speciale per la ricerca, il FRES Fondo per la Ricerca Economico-Sociale, il FIS Fondo Italiano per la Scienza. E sin qui è comprensibile l’intento di sfoltire in un solo coordinamento strumenti precedenti che, al di là della diversa denominazione, avevano evidenti sovrapposizioni. Ma vengono altresì abrogati il FISA, Fondo per Investimenti nella Ricerca Applicata, e il FIRST Fondo per Investimenti nella Ricerca Scientifica e Tecnologica. E’ una scelta miope: sono esattamente i due fondi in cui si realizzava la più alta concentrazione di partenariato pubblico-privato con diretto coinvolgimento delle diverse filiere sia del mondo dei servizi di mercato, sia della manifattura. Abrogare questi due fondi ad hoc significa sottovalutare pesantemente l’intensa richiesta che viene dal mondo delle imprese perché il sostegno alla ricerca diventi tutt’uno con quello al trasferimento tecnologico alle imprese, necessario per accrescere produttività e competitività.
di
Domenico Labussola




























