Ancora una volta la legge di bilancio non riserva al terziario l’attenzione e la priorità che merita
Ancora una volta la legge di bilancio non riserva al terziario l’attenzione e la priorità che merita
La legge di bilancio ormai è nella fase in cui si confronteranno emendamenti avanzati dalle forze parlamentari, se assecondati o meno dal governo, ed emendamenti avanzati dallo stesso governo al proprio testo. Se infatti il governo ne difende energicamente impostazioni e scelte di fondo a cominciare dall’intervento sull’IRPEF, lo stesso ministro Giorgetti ha aperto la porta a modifiche su alcuni punti non secondari, come l’eccessivo aggravio fiscale sui redditi da partecipazioni nelle imprese sotto il 10% del loro capitale, o come l’opportunità di trasformare da annuale in triennale la nuova disciplina su super e iper ammortamenti degli investimenti d’impresa. A questo punto, è tuttavia impossibile immaginare che la legge di bilancio possa mutare la sua impostazione sostanziale. Ed è necessario sottolinearne una mancanza di fondo. Ancora una volta, non è una legge di bilancio che riservi al settore terziario dei servizi l’attenzione e la priorità che esso merita, visto il suo apporto crescente al PIL, il suo crescente contributo all’offerta di lavoro e alla tenuta del Paese, tornato purtroppo a crescite del PIL misurabili nello zero virgola. Confcommercio nelle sue audizioni parlamentari ha su molti punti della manovra finanziaria richiamato l’attenzione di governo e parlamento sulla mancanza di questa visione.
È una mancanza che accomuna non solo larga parte della politica, ma in primis il dibattito pubblico nazionale sui media. E dipende in larga parte da un bias cognitivo: l’arretratezza degli strumenti di analisi dell’economia. Quando l’industria europea e italiana da due anni e mezzo si trova a fare i conti con un calo di prodotto e produttività derivante sia dall’instabilità internazionale , sia anche da errori gravi commessi di fronte alla sfida cinese e americana, più che mai oggi è il momento di riprendere in mano un prezioso strumento che venne creato nel 1941 da Wassily Leontief, grande economista russo naturalizzato americano cui fu poi conferito anche il premio Nobel: la matrice della produzione input-output, che consente l’analisi di un sistema economico non per filiere verticali, di qui l’industria e di là i servizi, ma al contrario identifica le reciproche interrelazioni perché sempre più l’output di un settore dipende dall’input di un altro, e viceversa. Perché questo criterio analitico sarebbe oggi molto utile alla legge di bilancio? La risposta è chiara.
Se analizziamo l’andamento dell’economia italiana negli ultimi vent’anni e la compariamo a quella di altri nostri competitor europei, ecco che emergono sorprese. Le sottolineano benissimo tre economisti italiani, Claudio Di Berardino, Stefano d’Angelo e Alessandro Sarra, in un loro paper pubblicato nel luglio scorso sul Cambridge Journal of Economics. Il titolo è autoesplicativo: come affrontare la deindustrializzazione? E le risposte vengono appunto dalla sorprese se analizziamo gli andamenti comparati utilizzando un data base che non è olisticamente fatto solo del prodotto e degli occupati dell’industria in senso stretto, ma adottando invece logica di Leontief e considerando andamenti e occupati di tutto ciò che industria e servizi alimentano nel loro intreccio tra tutte le filiere. Prima sorpresa: con questo approccio è vero che tra 2010 e 2020 l’industria da sola in Spagna, Francia, Germania e Italia perde tra lo 0% e l’1,5% dei suoi occupati, ma se adottiamo la matrice Leontief l’unica a perdere anche nella somma industria-servizi è la Germania, la Francia è quasi in pari rispetto al 2010, mentre Spagna e Italia non hanno perso, ma accresciuto i loro occupati. Seconda sorpresa: qual è il Paese che ha guadagnato più tra tutti per effetto della crescita dei KIBS, i servizi a più alta intensità di conoscenza, cioè quelli offerti alle imprese in materie come l’ICT, servizi legali, ottimizzazione delle catene distributive e commerciali, trasporti e logistica, funzioni che nella vecchia industria tradizionale erano per lo più interne al perimetro aziendale e negli anni sono in outsorcing crescente? È proprio la nostra Italia, che nel decennio ha registrato una crescita del 6% degli occupati nei KIBS, rispetto al -2% della Germania, al +0,4% della Spagna, e al +2% della Francia.
Ecco perché serve una visione diversa: credere ancora che l’industria da sola sia il parametro della crescita italiana è statisticamente sbagliato, solo considerano industria e servizi insieme si adotta un criterio fondato per stabilire poi quali strumenti di sostegno possa e debba applicare la politica di bilancio del nostro Paese. Ed ecco perché tutto il mondo dei servizi deve assolutamente insistere su questa visione complessiva e non strabica, se vogliamo tornare a una crescita più sostenuta basata su tutti i pilastri della crescita italiana e non solo su uno di essi.
di
Domenico Labussola





























