Investire sul Bel Paese: i servizi territoriali diffusi per la competizione globale

Investire sul Bel Paese: i servizi territoriali diffusi per la competizione globale

Convenzione programmatica nazionale di Legambiente e Confcommercio

La cosiddetta Italia minore, in gran parte fatta di aree montane ed insulari, vive oggi una condizione di forte disagio dovuta alla preoccupante rarefazione dei servizi territoriali: scuole, presidi sanitari, uffici postali ed esercizi commerciali.

Eppure le migliaia di centri abitati e di nuclei insediativi presenti in queste aree hanno prodotto nei secoli un patrimonio straordinario fatto di beni culturali e ambientali, tradizioni, abilità manifatturiere, saperi e sapori. Questi territori offrono quel valore aggiunto in termini di turismo, produzioni tipiche, artigianali ed enogastronomiche, capace di trasformarli in un importante volano per l'economia italiana. Legambiente e Confcommercio ritengono che valorizzare questo patrimonio rappresenti una straordinaria occasione per competere senza soccombere ad una globalizzazione omologante, per far contare sempre di più la forza del locale nello scenario globale.

Con questa prima Convenzione programmatica nazionale, Legambiente e Confcommercio avviano una grande iniziativa aperta a tutti i soggetti interessati che vogliono promuovere e dare un futuro all'Italia dei "talenti sotterrati".

Programma

  •  
     

    11 ottobre

  • Introducono e presiedono
     

    Sergio Billè Presidente nazionale Confcommercio

    Ermete Realacci Presidente nazionale Legambiente

  • Interverranno
     

    Franco Bassanini Ministro Funzione Pubblica

    Willer Bordon Ministro Ambiente

    Enrico Letta Ministro Industria e Commercio Estero

    Alfonso Pecoraro Scanio Ministro Politiche Agricole e Forestali

    Enzo Ghigo Conferenza Regioni e Province Autonome

    Leonardo Domenici ANCI

    Lorenzo Ria UPI

    Enrico Borghi UNCEM

    Michele Giacomantonio NCIM

    Enzo Valbonesi Federazione Italiana Parchi e Riserve Naturali

    Giuseppe Avolio CIA

    Paolo Bedoni Coldiretti

    Augusto Bocchini Confagricoltura

    Gonario Nieddu CNA

    Carlo Petrini Slow Food

    Carlo Sangalli UNIONCAMERE

    Ivano Spalanzani Confartigianato

    Marco Venturi Confesercenti

    Vincenzo Vizioli AIAB

     

    Sono invitati a partecipare amministratori regionali e locali, operatori economici, forze sociali e culturali, associazioni

  • In collaborazione con
     

    ANCI - UPI - UNCEM - FEDERPARCHI - AIAB - CIA - COLDIRETTI - CONFAGRICOLTURA - CONFARTIGIANATO - CONFESERCENTI - CNA - SLOW FOOD - UNIONCAMERE - CONFERENZA DEI PRESIDENTI DELLE REGIONI E DELLE PROVINCE AUTONOME

Storie di ordinario disagio e iniziative eccellenti

L'Italia del disagio insediativo descritta dalla ricerca Legambiente Confcommercio è una realtà evidente che si arricchisce di storie ordinarie ma significative. Questo è il caso del paese emiliano che si tassa per tenere aperto l'unico bar esistente o di Stromboli che rimane senza medico di base.

Ma è anche l'Italia che reagisce, che prende atto della situazione e si mobilita per trovare soluzioni e avanzare proposte.

È il caso della provincia di Isernia, che ha promosso un incontro su questi temi dal suggestivo titolo "Ghost Towns", dei comuni della Val D'Orcia, che chiedono un "Patto di solidarietà e sviluppo nazionale", dei Parchi Nazionali che insieme alle forze sociali attivano sinergie preziose, come nel caso dell'accordo siglato fra il Parco nazionale delle Dolomiti e la Confcommercio di Belluno, o dei Parchi del Gargano e del Gran Sasso. O dell'iniziativa "Compra nelle Langhe, il tuo Paese vivrà" che già da quattro anni porta avanti con successo la Camera di Commercio di Cuneo per sensibilizzare popolazione locale e turisti.

E c'è anche chi, è il caso del Sindaco del Comune di Altomonte, in provincia di Cosenza (individuato come comune "a rischio" dalla ricerca sul disagio insediativo), ci segnala invece una vitalità, economica, culturale e sociale tale da fare del comune che amministra un "punto di eccellenza" da prendere a esempio.

Anche il Parlamento e le istituzioni hanno affrontato il problema del "rischio di estinzione dei comuni" nel corso di un question time del 4 ottobre scorso al quale ha risposto lo stesso Ministro Bordon.

Sintesi del rapporto presentato al convegno

Sono figli di un'Italia minore, di un'Italia che invecchia, che si spopola, poco competitiva da un punto di vista economico, che vede sparire da un anno all'altro l'ufficio postale, la scuola, il presidio sanitario, gli esercizi commerciali. Sono 2.830 comuni a rischio di estinzione: un terzo di quell'Italia polverizzata, dove ormai risiede solo l'8,7% della popolazione. Ma nello stesso tempo questi figli di un'Italia minore sono potenzialmente uno dei volani di una new economy in salsa italiana, aree privilegiate delle attività tradizionali, dei prodotti tipici, del turismo rurale, di un corretto uso del territorio e del paesaggio. Le migliaia di centri abitati e di nuclei insediativi diffusi capillarmente su tutto il territorio hanno prodotto nei secoli un patrimonio straordinario fatto di beni culturali e ambientali, abilità manifatturiere, saperi e sapori.

È questa l'Italia che emerge dalla mappa del "disagio insediativo" disegnata per Legambiente e Confcommercio da Serico - Gruppo Cresme, presentata oggi a Roma, nel corso di un incontro che ha visto la partecipazione del presidente di Confcommercio Sergio Billè, il presidente nazionale di Legambiente Ermete Realacci e Sandro Polci, responsabile di Serico - Gruppo Cresme e coordinatore della ricerca.

Le aree del disagio insediativo sono state individuate mediante l'acquisizione di informazioni relative a 53 indicatori raggruppati in 7 famiglie principali (dati strutturali e di popolazione, istruzione, assistenza sociale e sanitaria, produzione, commercio e pubblici esercizi, turismo e ricchezza). L'analisi ha individuato 9 gruppi omogenei di comuni, connotati al loro interno da forti peculiarità. Tre di questi (i comuni dell'impoverimento, quelli demograficamente depressi o dell'anzianità e quelli fondamentalmente statici), presentano preoccupanti caratteri di disagio insediativo.

Una mappa che evidenzia spopolamento e impoverimento di vaste aree che si concentrano lungo l'arco alpino soprattutto piemontese, lombardo e friulano, lungo Alpi e Appennini liguri, lungo la dorsale appenninica tosco-emiliana e centro meridionale, nelle zone montuose interne di Sicilia e Sardegna. Al sud, si trovano sugli Appennini dalla Calabria all'Abruzzo, e si diffondono verso nord toccando anche le aree interne di Marche e Toscana.

In sintesi, i numeri evidenziano appunto che nei 2.830 comuni del disagio insediativo - pari al 35% del totale — risiede l'8,7% della popolazione con un reddito medio inferiore del 26% alla media nazionale; è laureato l'1,5% dell'intera popolazione residente (rispetto alla media nazionale del 3,6); gli occupati nelle imprese private sono meno di 1/3 della media nazionale (424.631 su un totale nazionale di 13,8 milioni), e si esprime il 3,9% degli addetti al commercio (147.000 su 3.740.000) ma sono registrate ben 774.800 Partite Iva (14% in più rispetto alla media nazionale, ma che creano una ricchezza minore del 40% della media) a testimonianza della polverizzazione della struttura produttiva in piccole e piccolissime unità locali.

L'elenco dei comuni, come detto, è lungo. 2.830 realtà locali dove troviamo tanti "ricchi poveri": le Langhe piemontesi, le Cinque Terre liguri, la prima riserva marina italiana di Ustica, tanti piccoli centri all'interno di parchi e aree protette, quasi tutti i comuni dove si fanno i cento e passa prodotti di origine protetta italiani.

Cosa succede dunque in questa Italia? Quali i fenomeni fissati dai 53 indicatori considerati dalla ricerca?

Calano le nascite e aumenta lo spopolamento; chiudono i piccoli esercizi commerciali e aumentano i grandi centri localizzati fuori dal centro; nelle scuole, classi semivuote vengono accorpate, addirittura in molti casi chiudono le scuole stesse. Una visita medica specialistica costringe a spostarsi nella città più vicina, ma anche per i servizi bancari o postali è necessario andare nelle località più grandi. Situazioni di questo tipo penalizzano fortemente le scelte abitative delle coppie più giovani - nuova linfa vitale per questi centri - e del turismo della terza età.

In Italia ben oltre il 98% dei comuni ha meno di 10.000 abitanti. Popoliamo un territorio che conta oltre 22mila centri abitati, quasi 33mila nuclei insediativi, senza considerare le caratteristiche di tanta parte del nostro sistema agricolo composto di "case sparse" con una distribuzione insediativa che appare diffusa su tutto il territorio. Si tratta ripetiamo, principalmente di paesini, di piccoli centri, che fanno da sfondo ai paesaggi d'Italia noti nel mondo, che custodiscono deliziosi centri storici e particolari saperi che si tramandano spontaneamente.

Nel nostro Paese, nel settore istruzione, nel medio periodo, la diminuzione del numero degli studenti è ampiamente superata dal numero di scuole chiuse. Nelle elementari - dove il disagio per le famiglie è maggiore vista la giovane età dei figli - il calo degli studenti tra il 1990/91 e il 1997/98 è pari al 11% (-234.000 unità) mentre quello delle scuole oltrepassa il 23%, (con una diminuzione reale di 4.900 scuole); nelle materne si passa dalle 27.716 scuole del 1990/91 alle 25.825 del 1997/98, pur nella stabilità del numero degli utenti.

Nel settore Assistenza sociale e sanitaria, gli istituti di cura nel 1996 erano 1.787, ben 113 in meno rispetto all'inizio del decennio; una simile contrazione (- 6%) è omologa a quella dei posti letto (355.000 contro i 410.000 del 1990); nel contempo i degenti sono aumentati dai 9 milioni del 1990 ai 10,6 del 1996.

Cresce significativamente in Italia come in Europa, la superficie improduttiva che, oggi è pari a quasi 3 milioni di ettari (circa il 10% del territorio nazionale). Cala la superficie agricola (in 30 anni, 2,7 milioni di ettari, cioè il 15,3%). Negli ultimi 10 anni il peso del lavoro agricolo in Italia, è diminuito dal 3,9 al 2,5% contro la crescita del terziario e la stabilità dell'industria. Nel 1988 ad ogni persona che lavorava in agricoltura corrispondevano 26 abitanti mentre nel 1998 il rapporto è passato a 40.

Nel commercio, il calo nel solo 1997 è stato quasi il 10%, pari a 56.000 delle 600.000 licenze per imprese di commercio al dettaglio; parallelamente sono cresciuti i grandi supermercati (5.445 rispetto ai 2.900 del 1988) che segnalano anche per l'utenza del commercio l'esistenza di due italie; quella della grande distribuzione, sempre più servita e agevolata, e quella dei piccoli centri, che soffre lo sviluppo e la concorrenza della grande distribuzione. In sintesi, nelle aree di disagio insediativo, oltre al fatto che le realtà commerciali sono di piccola e piccolissima dimensione, abbiamo una diffusione di 2,15 unità locali al commercio ogni chilometro quadrato a fronte di una media nazionale di 12,6 per Kmq.

La dinamica turistica di lungo periodo, relativa alla domanda - arrivi, presenze, offerta (posti letto disponibili) - indica che l'Italia corre e corre a ritmi di crescita prossimi al 5% annuo; le presenze passano in 7 anni da 257 a 299 milioni, gli arrivi addirittura da 59 a 72 milioni. Cresce inoltre la redditività unitaria del settore poiché l'aumento delle presenze eccede di gran lunga quello delle strutture e dei posti letto. Ma nell'Italia del disagio abitativo, le presenze turistiche non superano le 39 unità per ogni posto letto offerto, rispetto ad una media nazionale di oltre 84; Le presenze turistiche, rapportate al territorio, sono 9 volte inferiori nelle aree del disagio.

La sfida per investire sul Belpaese parte allora da qui. Con la creazione delle giuste condizioni, con la realizzazione di quei "servizi territoriali", che niente hanno a che vedere con le politiche di generalizzato sostegno del secondo dopoguerra ma che devono essere mirate e selettive, attuate secondo forme di partnership pubblico/privata e capaci di esprimere un positivo bilancio economico, ambientale e intergenerazionale. La sfida principale consiste allora nel favorire gli strumenti per affermare le identità locali. Nel ridare un giusto orgoglio agli abitanti.

I valori competitivi custoditi da queste località sono infatti molteplici. La biodiversità innanzitutto, che vede l'Italia fra i paesi più ricchi, con quasi 6.000 specie floristiche e 1.200 specie di vertebrati (più di un terzo del patrimonio faunistico europeo) "abita" in questi 2.300.000 ettari di superficie, che costituiscono il sistema delle aree naturali protette. "Sono proprio questi allora - ha dichiarato Realacci - i centri che custodiscono l'immenso patrimonio culturale e storico, naturale ma anche enogastronomico del Paese. È in queste zone che troviamo la più vasta parte dei beni culturali nazionali ricca di chiese e conventi, dimore storiche e giardini, archivi e biblioteche. E sempre qui alberga l'Italia dei prodotti tipici, delle tradizioni, dell'artigianato artistico. Risorse immense che, valorizzate in modo adeguato, diventano la forza sociale ed economica del Paese, una forza nuova capace di renderci competitivi, con una nostra identità, nel processo di globalizzazione in corso".

Si delinea quindi con chiarezza come da quest'Italia possa partire la nuova politica d'intervento imprenditoriale e produttiva, fatta di agricoltura di qualità, di turismo rurale, di valorizzazione dei beni culturali, del recupero delle attività artigianali, ma anche della manutenzione del territorio, notoriamente afflitto da gravi episodi di natura ambientale dovuti al consumo eccessivo di suolo, all'incuria e all'abbandono.

Ma quali sono i modi giusti e le energie migliori per far sì che le aree di disagio si trasformino in esperienze significative, in volano dell'economia nazionale?

La problematica del mantenimento di un'adeguata rete di servizi territoriali ed esercizi commerciali nelle aree del disagio insediativo costituisce una delle condizioni per una loro rivitalizzazione economica. Si tratta di una tematica che investe in modo particolare il nostro paese, notoriamente ad alto rischio geologico, afflitto quasi annualmente da gravi episodi di natura ambientale (terremoti, alluvioni ed eruzioni) ma in buona misura anche da consumo eccessivo di suolo (spesso abusivo), incuria e abbandono. Attività imprenditoriali (piccole e diffuse) in tale settore allora potrebbero attivare circoli economici virtuosi, capaci di sicuri benefici ambientali soprattutto applicando innovazione tecnologica (monitoraggio permanente, analisi strumentali adeguate e interventi di ingegneria naturalistica).

Un vasto bacino di "ricchezza" risiede poi nello sviluppo del turismo rurale, in grado di fornire spazi alternativi e non omologati sfruttando una giusta combinazione di fattori locali ed esogeni, nonché nel settore dell'agricoltura ripensata secondo pratiche biodinamiche meno inquinanti.

Il commercio locale costituisce poi un sistema efficiente per cercare di ridurre il rischio di marginalizzazione delle popolazioni rurali, che devono poter disporre di un'ampia gamma di servizi in loco.

Attraverso la promozione e il monitoraggio di esperienze pilota da localizzare in contesti socio-economici ed ambientali differenziati, potrebbe essere possibile individuare un nucleo base di questi servizi, ai quali altri potranno aggregarsi in relazione alle caratteristiche peculiari dei differenti insediamenti.

Da qui quindi, parte l'iniziativa di Legambiente e Confcommercio che, con il convegno aperto a tutti i soggetti interessati a promuovere l'Italia dei talenti da scoprire, Mercoledì 11 ottobre a Roma, lanciano la prima Convenzione programmatica nazionale "Investire sul Belpaese: servizi territoriali diffusi per la competizione globale", che vedrà in campo idee e proposte delle associazioni di categoria (Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Confesercenti, Cna), di Slow Food, Unioncamere, di Federparchi, ma pure dell'Anci, Upi, Aiab e della Conferenza dei Presidi delle Regioni e delle Province Autonome e che coinvolgerà in prima persona i ministri dell'Ambiente, delle Politiche Agricole, dell'Industria e della Funzione Pubblica.

I comuni dell'impoverimento o i contesti deboli (gruppo 1)

È quello che caratterizza le aree interne e alcuni tratti delle coste di Sardegna, Sicilia, Calabria e Basilicata e l'interno di Puglia, Campania e Molise. Un gap meridionale in aree di medio-elevato livello sul mare, con bassa densità demografica ma priva di forti shock demografici. Del gruppo fanno parte 1157 comuni, caratterizzati dall'ultima posizione rispetto agli indicatori relativi alla produzione, assistenza, commercio, turismo e ricchezza. Sono Comuni con basso reddito procapite (13.5 milioni rispetto ai 19.5 medi), un tasso di diplomati minimo (12% contro il 16% nazionale) e una tendenza migratoria elevatissima. C'è un bassissimo tasso di lavoratori, un basso livello di ricchezza immobiliare (36,6 milioni/ab. contro una media di 133), con alto numero (22,6%) di contribuenti sotto i 7 milioni di reddito (contro la media del 16,1%) e basso tasso (2.4%) fra quelli oltre i 40 milioni (5.5%). Fortissima l'incidenza del settore pubblico, quasi doppia (37,4%) della media nazionale (19,7 %) e una percentuale di utilizzazione delle strutture turistiche molto bassa (solo 13 giorni/anno rispetto agli 84 medi). Le autorizzazioni alimentari sono 8.3/1000 ab. contro la media di 7.5, con scarso rapporto tra i pubblici esercizi e il territorio (0,24 per kmq = un solo esercizio ogni 4 kmq, contro una media nazionale superiore a 0,8%). La fotografia è quella di una struttura sociale in forte crisi di competitività, con mezzi economici ridotti, un rapporto tra contribuente e residente mal dimensionato, peraltro resa ancora più difficoltosa dal peso del settore pubblico.

I comuni dell'anzianità (gruppo 7)

Il gruppo è diffuso nella zona dell'arco alpino (principalmente Liguria, Piemonte, Lombardia e Friuli Venezia Giulia), dell'Appennino tosco-emiliano e di alcune realtà locali di Toscana, Marche e soprattutto Abruzzo e Molise. Si tratta di una costellazione di paesi piccoli a bassa densità demografica, con popolazione anziana e scarsa dinamicità migratoria e naturale. Il gruppo risente limitatamente della migliore esposizione alle famiglie dell'assistenza sociale e sanitaria, della ricchezza e del turismo. Questi comuni, ben 1080, sono localizzati in area collinare e montana e presentano una densità demografica 8 volte inferiore alla media nazionale (solo 37 persone per Kmq.), un'incidenza del 10% dei ragazzi sotto i 14 anni sulla popolazione totale (rispetto alla media italiana del 16%) e un tasso doppio di anziani (29%). C'è anche una significativa carenza di laureati (solo 1,4%). La dinamica demografica è negativa. Le case non occupate sono 1 su 2 e la struttura commerciale è polverizzata con pochi addetti al commercio e pochissimi addetti alla grande distribuzione (0,15 % degli addetti per la grande distribuzione rispetto ad una media nazionale del 4,6%); anche il turismo non costituisce un elemento di forza: si calcolano 43 presenze per posto letto (rispetto alle 84 della media nazionale) e solo 123/ab. per Kmq. rispetto al valore medio di 981. Migliore il dato delle case per vacanza, forse l'unico patrimonio di questi comuni (47 presenze per abitante rispetto alle 13 medie nazionali). Difficilissima la situazione della ricchezza, della produzione e dei servizi erogati: gli sportelli bancari e i depositi sono al minimo livello così come i servizi alle persone e alle imprese; l'agricoltura non sembra rivestire un ruolo alternativo nello sviluppo locale (solo 35% di superficie agricola rispetto alla media di 48%). Pochi i contribuenti di rilievo (sopra i 40 milioni sono solo il 3,8% del totale) ma il rapporto tra contribuenti e popolazione rappresenta il massimo tra le aree in esame (1,3 rispetto a 1,6 medio); tale sintomo potrebbe indicare che la parcellizzazione della struttura produttiva funziona da garante dell'occupazione, sebbene i bassi livelli reddituali favoriscano l'emigrazione, scoraggino l'immigrazione e producano il decremento delle nascite. Preoccupa il dato degli alunni per 1000 abitanti: non si raggiunge il valore di 51 contro le 155 unità del valore nazionale.

I comuni della staticità (il gruppo 4)

Con una distribuzione sul territorio nazionale che amplia le criticità proprie dei due precedenti gruppi, si presentano i 593 comuni del gruppo 4, caratterizzati da indici a minore criticità rispetto a quelli dei gruppi 1 e 7, ma con l'aggravante del fatto che tutti i segni sono negativi.

È il gruppo che presenta caratteristiche tali da richiedere interventi particolarmente mirati per "sbloccare" una situazione di grave staticità.

Tab. 1 – Incidenza dei comuni a disagio insediativo sul totale dei comuni per regione

Regione Gruppo 1 (Comuni dell'impoverimento) Gruppo 4 (Comuni della staticità) Gruppo 7 (Comuni dell'anzianità) Totale (Comuni del disagio insediativo) Popolazione comuni del disagio / totale della popolazione regionale (%)
Veneto 0,2% 5,0% 2,9% 8,1% 1,3
Trentino A.A. 1,8% 7,1% 4,1% 13,0% 2,7
Lombardia 1,0% 5,1% 8,1% 14,2% 1,4
Emilia Romagna 0,0% 2,1% 12,6% 14,7% 2,4
Toscana 0,3% 3,5% 11,8% 15,7% 2,4
Friuli V.G. 0,0% 5,0% 15,5% 20,5% 3,3
Umbria 0,0% 13,0% 8,7% 21,7% 3,3
Marche 0,0% 13,8% 10,2% 24,0% 4,2
Val d'Aosta 1,4% 0,0% 23,0% 24,3% 4,6
Puglia 23,0% 2,3% 1,6% 26,8% 7,8
Piemonte 0,1% 2,6% 37,4% 40,1% 5,5
Lazio 12,5% 20,5% 14,4% 47,3% 4,9
Campania 40,8% 6,5% 1,1% 48,5% 10,7
Liguria 0,4% 2,1% 46,0% 48,5% 5,2
Sardegna 47,5% 9,3% 2,1% 58,9% 19,8
Abruzzo 8,2% 28,5% 23,9% 60,7% 17,6
Sicilia 45,4% 13,3% 3,6% 62,3% 23,2
Basilicata 63,4% 7,6% 1,5% 72,5% 36,6
Calabria 73,1% 2,4% 1,5% 77,0% 42,3
Molise 27,2% 27,9% 26,5% 81,6% 41,7
Totale 14,3% 7,3% 13,3% 35,0%  
N.B. Per leggere correttamente i dati di questa tabella è necessario incrociare i dati dei comuni "deboli" con i dati della popolazione. Per esempio, se nel Veneto i comuni del disagio sono solo l'8,1%, non si può non notare che in queste zone vive solo una percentuale ridottissima (1,3%) della popolazione regionale, a testimonianza di un deciso spopolamento già avvenuto. Nel contempo, se è vero che in Molise è altissimo il numero dei comuni del disagio insediativo, è pur vero che una parte consistente della popolazione (41,7%) continua a vivere, lavorare e produrre in queste aree di popolazione che sono sottoposte almeno al fenomeno dello spopolamento incontrollato.

Strumenti e proposte

Esercizi polifunzionali

L'attuazione regionale della previsione contenuta nell'art. 10, comma 1, lett. a), del D.Lgs. 114/98 (*), è stata fino ad oggi, confermando il trend generale, molto diversa da regione a regione.

Soltanto la Calabria, la Sicilia e in parte il Molise per quanto riguarda gli interventi finanziari, hanno adottato specifici provvedimenti per l'attivazione degli esercizi polifunzionali.

Nelle altre regioni la situazione è la seguente:

  • ABRUZZO: nei comuni montani e comunque nei comuni inferiori a 1500 ab è consentito lo svolgimento di attività commerciali in combinazione con altre attività economiche (art. 15 L.R. 62/99). La Regione non ha ancora deliberato agevolazioni tributarie o sostegni finanziari.
  • BASILICATA: esiste la previsione generica (art. 15 L.R. 19/99). La Regione non ha ancora deliberato agevolazioni tributarie o sostegni finanziari.
  • CAMPANIA: i comuni inferiori a 3000 abitanti devono dotarsi di uno specifico progetto di intervento integrato di rivitalizzazione. Nelle aree individuate nel progetto possono essere previsti esercizi polifunzionali (art. 17 L.R. 1/00).
  • EMILIA ROMAGNA: i comuni inferiori a 3000 abitanti favoriscono gli esercizi commerciali polifunzionali (art. 9 L.R. 14/99). La Regione non ha ancora emanato la legge che dovrebbe prevedere esenzioni dai tributi regionali.
  • FRIULI VENEZIA GIULIA: esiste la previsione generica (art. 9 L.R. 8/99). La Regione non ha ancora deliberato agevolazioni tributarie o sostegni finanziar
  • LAZIO: esiste la previsione generica (art. 26 L.R. 33/99). La Regione non ha ancora stabilito modalità e criteri per la loro realizzazione
  • LIGURIA: esiste la previsione generica (punto 11.1 degli Indirizzi di programmazione commerciale – D.C.R. 29 del 27/4/99). La Regione non ha ancora deliberato agevolazioni tributarie o sostegni finanziari.
  • LOMBARDIA: esiste la previsione generica (art. 13, comma 1, L.R. 14/99). La Regione non ha ancora stabilito modalità e criteri per la loro realizzazione.
  • MARCHE: gli esercizi polifunzionali sono possibili solo nei comuni montani con popolazione inferiore a 1000 abitanti e nei centri con popolazione inferiore a 500 abitanti. Non occorrono altri atti da parte della regione. Le agevolazioni sono demandate ai comuni.
  • PIEMONTE: i comuni inferiori a 3000 abitanti adottano progetti integrati di rivitalizzazione (PIR) che promuovono la permanenza di un adeguato servizio di vicinato attraverso la realizzazione di centri polifunzionali di servizi (art. 19 degli Indirizzi di programmazione urbanistica – D.C.R. 563-13414 del 29/10/99).
  • PUGLIA: esiste la previsione generica (art. 16 L.R. 24/99). La Regione non ha ancora stabilito modalità e criteri per la loro realizzazione.
  • SARDEGNA: nessuna previsione
  • TOSCANA: esiste la previsione generica (art. 8 Reg. Reg. 4/99). Non occorrono altri atti da parte della regione. Le agevolazioni sono demandate ai comuni.
  • UMBRIA: i comuni possono dotarsi di un progetto integrato di rivitalizzazione che può prevedere la creazione di centri polifunzionali. Non occorrono altri atti da parte della regione.
  • VALLE D'AOSTA: esiste la previsione generica (art. 12 L.R. 12/99). La Regione non ha ancora stabilito modalità e criteri per la loro realizzazione.
  • VENETO: esiste la previsione generica (art. 21 L.R. 37/99). La Regione non ha ancora stabilito modalità e criteri per la loro realizzazione.

Da segnalare infine che la Provincia autonoma di Trento è stata la prima a prevedere fin dal 1997 la possibilità di realizzare tali esercizi.

(*) Art. 10 Disposizioni particolari
  1. La regione prevede disposizioni per favorire lo sviluppo della rete commerciale nelle aree montane, rurali e insulari, per riqualificare la rete distributiva e rivitalizzare il tessuto economico sociale e culturale nei centri storici, nonché per consentire una equilibrata e graduale evoluzione delle imprese esistenti nelle aree urbane durante la fase di prima applicazione del nuovo regime amministrativo. In particolare, prevede:

    1. per i comuni, le frazioni e le altre aree con popolazione inferiore a 3.000 abitanti, nonchè nelle zone montane e insulari, la facoltà di svolgere congiuntamente in un solo esercizio, oltre all'attività commerciale, altri servizi di particolare interesse per la collettività, eventualmente in convenzione con soggetti pubblici o privati. Per queste aree le regioni possono prevedere l'esenzione di tali attività da tributi regionali; per tali esercizi gli enti locali possono stabilire particolari agevolazioni, fino alla esenzione, per i tributi di loro competenza. 

(omissis ...)

Le proposte

Si deve purtroppo rilevare che in nessuna delle leggi regionali sulla montagna di più recente produzione si rinviene traccia del coordinamento tra eventuali norme di supporto al commercio con le disposizioni sugli esercizi polifunzionali contenute nelle leggi regionali di attuazione della riforma del commercio.

Questa mancanza costituisce un limite perché non integra le potenzialità di strumenti diversi ma ugualmente volti al rilancio delle aree svantaggiate. Emblematico appare il caso della regione Marche che prevede la possibilità di insediare esercizi polifunzionali soltanto nei comuni montani inferiori a 1000 abitanti e nei centri abitati inferiori a 500 abitanti ma senza alcun esplicito riferimento alla legge regionale sulla montagna.

Per dare concretezza ai principi contenuti nell'art. 16 della l. 97/94 e per superare l'impasse costituita dai molteplici riferimenti delle leggi regionali ad una normativa ormai di fatto abrogata, considerata altresì l'inapplicabilità di semplificazioni contabili in contrasto sia con le normative comunitarie sia con il sistema degli studi di settore, si propone l'applicazione del regime fiscale delle attività marginali previsto dalla finanziaria 2001 (*) ai succitati esercizi polifunzionali ed alle imprese che svolgono attività di cessioni di beni e prestazioni di servizi in zone particolarmente disagiate: ciò indipendentemente dalle soglie di ricavi e compensi previste per tale regime e comprendendo nell'imposta sostitutiva anche l'IRAP.

Poiché la stessa Finanziaria 2001 prevede l'estensione delle agevolazioni contenute dalle norme sulla successione delle imprese agricole anche a tutti i beni attinenti all'impresa, ivi compresi i fabbricati, si richiede analoga agevolazione anche per la successione di imprese commerciali ubicate in comuni svantaggiati.

(*) Art. 9

L'art. 9 in particolare prevede agevolazioni fiscali per i soggetti con ricavi o compensi che non superino determinate soglie definite con decreto ministeriale e differenziate per settore, ma comunque non superiori ai 50 milioni di ricavi annui.

Le imprese al di sotto di questa soglia potranno, previa apposita domanda da presentare agli uffici finanziari ottenere una riduzione degli obblighi documentali e contabili (da definire) e l'applicazione di una imposta sostitutiva dell'IRPEF calcolata forfetariamente in misura pari al 10% del reddito imponibile.

Risorse correlate

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